daniele bragliaDaniele Braglia è uno di quei Reggiani che si è dimostrato capace di superare ostacoli, trasformando con caparbietà le difficoltà in opportunità, reinventandosi. Daniele ha saputo sfidare gli esiti di un terribile incidente  in motorino, da ragazzino, per rimettersi in gioco, con fatica e determinazione.

Una grande passione, il gioco del calcio, che si scontra tuttavia con la paralisi di braccio e mano sinistri. Daniele non si dà per vinto, ricomincia ad avvicinarsi al suo sport preferito, e non solo da spettatore, ma da attore, prima in sfide con gli amici, troppo generosamente  attenti al suo problema e quindi non sufficientemente capaci di stimolarlo, poi in una squadra di calcetto ad Albinea, con relativi allenamenti e partite.

braglia-ed-emi-liverpoolPoi degli incontri, quelli che ti costringono a cambiare  la  tua visione delle cose e delle persone, che ti fanno crescere: Daniele entra a far parte  della squadra di calcio a 5 di Cavriago (Anni Magici), che include anche ragazzi disabili di varie età ed abilità e qui incontra Tristano Redeghieri, uno dei grandissimi tutor nel progetto All Inslusive Sport.

Qui tutti giocano, abili e disabili, ovviamente con attenzioni particolari, e per tutti lo sport del calcio diventa occasione  di socializzazione, condivisione, piacere del gioco, per alcuni si rivela magari un’ opportunità per emergere, ma il fatto fondamentale è che la disabilità  in campo scompare e “tutti sono semplicemente atleti e come per tutti gli atleti semplicemente c’è chi è più bravo”.

Daniele esibisce su un braccio un tatuaggio, il logo di Special Olympics; partecipare a quell’ esperienza  gli ha cambiato la vita, perché gli ha permesso di sperimentare il vero senso dello sport: “Lì  ho provato l’ unione di integrazione  e di divertimento, c’ erano disabili e normodotati insieme..”.

post-3Al contempo, ha sperimentato però anche i limiti dell’ agonismo, che può portare a frustrazioni e rancori personali.

“L’ importante  è  che tutti possano giocare e che la squadra come insieme si prenda oneri ed onori di una sconfitta o di una vittoria, facendo giocare tutti. Non tutti gli allenatori sono pronti all’ inclusione. C’è chi  non accetta di perdere, c’è chi vuole solo vincere e per farlo lascia in panchina parte della squadra. Questo è assurdo..”

Daniele è consapevole del significato  della sua esperienza e desidera condividerla, perché fermamente convinto che lo sport inclusivo permetta  ai più deboli di accrescere la propria autostima ed abbia un enorme valore in termini di socialità, favorendo la crescita personale di tutti i compagni di squadra, disabili  e normodotati, grazie al confronto, alla condivisione, al sentirsi uniti per conseguire un fine comune.

postLa testimonianza di Daniele può essere preziosa fonte di riflessione per molti, ma soprattutto rende tangibile il senso del progetto All Inclusive  Sport (questo il sito web di riferimento), fortemente voluto da cittadini  ed associazioni del nostro territorio, che ancora una volta si dimostra capace di elaborare idee e progettualità innovative, condivise, vicine alle persone  ed ai loro bisogni.

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