campagna-disagioIl disagio psichico ha tante facce: “Io sono Serena”

Sono diventata zia, ho un compagno, una casa, delle responsabilità… per tanti sono propositi banali, ma non per me che lotto per stare bene ogni giorno da anni.

Ho un disagio psichico che mi ha portato ad un ricovero in ospedale, senza che mi rendessi conto di cosa mi stava accadendo. Ricordo che per la paura tenevo spesso gli occhi socchiusi, non volevo vedere cosa avevo attorno e sentivo solo un forte bisogno di contatto fisico con la mia famiglia: una guida che mi ha indicato la via per affrontare a testa alta le mie fragilità.

Nonostante il sostegno ricevuto, ho percepito che nei miei confronti avessero costruito una barriera protettiva, per cui con me non condividevano bisogni e paure personali, come per salvaguardarmi da altri pensieri, come se i miei problemi fossero già sufficientemente gravosi da gestire.

In realtà, se amici e parenti avessero chiesto il mio aiuto in momenti di difficoltà, sarei stata lieta di aiutarli, mi sarei sentita valorizzata. E’ un messaggio che vorrei trasmettere a tutti quelli che sono vicini a persone che soffrono di un disagio psichico: non fatevi problemi a chiedere aiuto ad amici e parenti anche se stanno intraprendendo un percorso di cura per guarire da un disagio perché sentirsi utili per gli altri, essere riconosciuto come persona di fiducia, aiuta molto a credere in se stessi e nelle proprie capacità di potercela fare.

E’ incisivo sentirsi trattati alla pari, non come persone malate.

Il disagio psichico fa parte della mia vita, ma non è la mia vita.

Eppure capita che nella quotidianità, persone con cui si entra in contatto, come ad esempio un vicino di casa, un commerciante, un vecchio conoscente, facciano fatica a vederti per quello che sei e a mettere da parte questo aspetto. Alcuni esprimono la volontà di non entrare in relazione con una persona che soffre di un disturbo psichico, per la paura che possa tenere comportamenti imprevedibili. Queste persone possono uscire dalla tua vita da un momento all’altro, smettendo di farsi sentire e salutarti, possono non volerti come cliente, possono non desiderarti come collega. Una volta sono entrata in un negozio, durante l’attesa del mio turno si chiacchierava e ci si confrontava sulle esperienze di lavoro e ho detto che stavo svolgendo un tirocinio formativo per una cooperativa che si occupa di sostegno all’inserimento lavorativo. Il proprietario mi ha detto in privato che non ero una cliente gradita. Ho capito che essere sostenuti nel percorso lavorativo fa nascere perplessità sulle capacità di interagire con gli altri senza creare disagi.

Convivere con il sospetto per l’altro non fa vivere bene nessuno.

Si può riprendere in mano la propria vita, anche dopo anni di sofferenza: progettare la propria casa, vivere la propria famiglia, inserirsi nel mondo del lavoro. Sono esperienze comuni che vorrei condividere nel quotidiano, ma ciò è possibile solo se nell’incontro, le persone hanno il desiderio di ascoltare scavalcando il muro del pregiudizio, perché io non sono solo il mio disagio.

Tutto quello che mi è successo mi ha fortificata: ho imparato ad aprirmi e a parlare di me con sincerità. Questo mi ha permesso di chiedere aiuto e di essere d’aiuto ad altre persone per comprendere cos’è il disagio e come affrontarlo: un dialogo autentico con persone disponibili a mettersi in gioco mi ha restituito fiducia nella società e nella mia possibilità di farcela.

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